L’opera di D, universale per significato e portata, storicamente s’inscrive
entro un processo culturale e sociale rivoluzionario, nel decisivo momento di
transizione tra le società feudali vacillanti e l’universalismo borghese,
aperto, almeno per un’élite, all’idealismo del Rinascimento italiano. Ora, tale
evoluzione, che a sud delle Alpi era stata frutto di una maturazione regolare e
progressiva, nei paesi germanici assunse il carattere di violento scontro
intellettuale e politico di cui non si vedeva soluzione se non in una serie di
rotture radicali col passato. Nel cuore di questo conflitto, del quale la
Riforma e la guerra dei contadini saranno i momenti cruciali, D realizza la
sintesi, praticamente unica nella storia dell’arte, tra i principi del
Rinascimento e un linguaggio plastico molto elaborato, complesso incrocio
d’influssi renani e olandesi. Cosí, non senza ambiguità, egli resta l’ultimo
rappresentante della generazione del gotico fiorito da cui è emerso, mentre
proietta sul proprio tempo e sul futuro il genio umanistico di un pensiero che
lo caratterizza come «primo artista moderno a nord delle Alpi» (L. Grote).
Gli anni di formazione
La famiglia D era originaria dell’Ungheria, ove il nonno di Albrecht e poi il
padre avevano praticato il mestiere dell’orefice; il padre, dopo un soggiorno
nei Paesi Bassi, si era stabilito nel 1455 a Norimberga. Con ogni
verosimiglianza il giovane D acquisí i primi elementi della sua formazione nella
tradizione artigianale della bottega paterna: apprendistato fondamentale per
l’ulteriore evoluzione dell’artista come disegnatore e incisore. Fu infatti
l’opera grafica, piú che la pittura – il numero dei suoi dipinti restò piuttosto
scarso – a dargli, ancor vivente, fama internazionale, mentre nel xvi sec.
l’Europa intera ne copierà gli innumerevoli disegni e le incisioni su legno e su
rame. Prima sua testimonianza artistica oggi conservata è un Autoritratto a
punta d’argento (1484: Vienna, Albertina), che peraltro fornisce la splendida
dimostrazione della sua precocità in tali tecniche. Nel 1486, dopo aver piegato
con difficoltà la volontà del padre, D inizia l’apprendistato di pittore nella
bottega di Michael Wolgemut, discepolo di Hans Pleydenwurff, che era stato uno
dei fervidi propagatori dell’arte dei Paesi Bassi in Germania, in particolare di
quella di Van Eyck. I pochi quadri eseguiti dal giovane D in quel momento,
benché caratterizzati in senso piuttosto decorativo, recano l’impronta dello
stile monumentale del suo maestro (Cimitero di San Giovanni, 1489 ca.,
acquerello e guazzo: Brema, kh).
I viaggi di studio
Nella primavera del 1490, una volta terminato l’apprendistato, D lascia
Norimberga per effettuare un viaggio da «adepto» di quattro anni. Poiché le
notizie fanno difetto, si possono soltanto avanzare ipotesi sulle tappe di
questo viaggio. E. Panofsky suggerisce che il giovane maestro abbia esitato tra
Colmar, donde irradiava la fama universale di Schongauer, e la regione di
Francoforte e Magonza, ove, sembra, operasse il non meno celebre, ma misterioso,
Maestro del Libro della casa. Tuttavia l’interpretazione dei documenti e
l’analisi stilistica delle opere di questo periodo (influsso di Geertgen tot
Sint Jans e di Dirk Bouts) fanno supporre che D abbia proseguito il suo viaggio
fino ai Paesi Bassi per studiarvi le opere dei pittori nella cui tradizione era
stato educato: Van Eyck e Van der Weyden. Torna sui suoi passi nella primavera
del 1492 e si ferma a Colmar. I tre fratelli di Schongauer, morto l’anno
precedente, lo ricevono cordialmente e lo raccomandano al loro quarto fratello,
Georg, che abita a Basilea. Qui, anche grazie alla racco- mandazione del suo
padrino, il celebre editore Anton Koberger,
D è introdotto negli ambienti umanistici, dove viene immediatamente apprezzato
ed instaura un rapporto di amicizia con Johannes Amerbach. L’attività svolta da
D durante questi anni di viaggio è soprattutto grafica: disegni e progetti di
xilografie ove si amalgamano gli influssi dello stile di Schongauer e la libertà
inventiva del Maestro del Libro di casa. San Girolamo che guarisce il leone
(1492), frontespizio dell’edizione delle lettere di san Girolamo dovuta a N.
Kessler, è l’unica incisione certa di questo periodo, ma è probabile che D
lavorasse all’illustrazione di altre edizioni, come il Terenzio di Amerbach o la
Nave dei folli di Bergmann von Olpe. A questa fase risale anche il suo primo
Autoritratto dipinto (1492: Parigi, Louvre), capolavoro di acuta introspezione,
analisi lucida e spassionata del proprio genio: «Il mio destino progredirà
secondo l’Ordine Supremo», egli scrive al di sopra del suo capo.
Primo viaggio in Italia
Nel 1493 è a Strasburgo, poi, l’anno successivo, di nuovo a Norimberga, dove
sposa la figlia del patrizio Hans Frey prima di ripartire, questa volta per
Venezia. Tale secondo viaggio assume, in ragione della formazione che fino ad
allora egli aveva ricevuta, un’importanza del tutto eccezionale. Infatti, per la
maggior parte dei contemporanei di D, le fonti vive dell’arte restavano Bruges e
Gand, il Rinascimento veniva in generale considerato un movimento esclusivamente
italiano, che agli artisti tedeschi offriva soltanto un repertorio di motivi
decorativi tratti dall’antichità. Invece, D vi scorgerà il luogo di un vero e
proprio rinnovamento del pensiero e della visione artistica, e si dedicherà
appassionatamente allo studio della vita e dell’arte veneziana, facendo schizzi
dal vero, frequentando le botteghe, copiando Mantegna, Credi, Pollaiolo,
Carpaccio, Bellini, assimilando a poco a poco le nuove concezioni estetiche, in
particolare nel campo della prospettiva e del trattamento del nudo. Accanto
all’interesse per le teorie artistiche, egli s’interessò anche alle cose
naturali, curiosità che soggiace all’insieme di tutta la sua opera, e che egli
sublimerà alla fine della sua carriera. Cosí realizza, principalmente durante il
suo viaggio di ritorno in patria, una serie di vedute autonome dei paesaggi che
attraversa (1495: Italia settentrionale, Tirolo): il Wehlsch Pirg (Oxford,
Ashmolean Museum), il Colle alpino (Escorial); lo Stagno nel bosco (Londra, bm);
la Veduta di Arco (Parigi, Louvre). Questi acquerelli freschi e liberi, che
emozionano per la loro modernità, la loro coerenza, l’impiego espressivo del
colore, vanno accostati per la visione concreta e l’esperienza diretta della
natura, contrapposte alle concezioni tradizionali puramente astratte, a studi
come il Granchio (1495: Rotterdam, bvb), il Gran ciuffo d’erba (1503: Vienna,
Albertina) o la Cornacchia azzurra (1512: ivi).
La maturità
Nel 1495 D ritorna a Norimberga e, grazie al mecenatismo di Federico il Saggio –
grande elettore di Sassonia –, si apre dinanzi a lui un periodo d’intensa
produttività. Sul piano stilistico realizza allora la fusione tra la lezione
italiana e l’apprendistato nella tradizione germanico- fiamminga, mentre, dal
punto di vista iconografico, dà prova di eclettismo: il ritratto umanistico col
suo messaggio antropocentrico, temi biblici, allegorie filosofiche, scene di
genere, satire... Accanto ad una serie impressionante d’incisioni, tra le quali
splende una delle meraviglie dell’arte tedesca, il ciclo dell’Apocalisse,
realizza fino al 1500 una dozzina di dipinti. Il primo polittico, commissionato
da Federico, venne concepito da D ma eseguito da aiuti (i Sette Dolori, 1496:
Dresda, gg; e Mater Dolorosa, 1496: Monaco, ap); il secondo, noto col nome di
Altare di Wittenberg (1496-97: Dresda, gg) è interamente di mano del maestro.
Per la Vergine in adorazione dinanzi al Bambino, D riprende lo schema delle
natività fiamminghe, mentre la precisione del modellato, gli elementi di natura
morta in primo piano e la prospettiva architettonica spoglia del piano di fondo
ricordano Mantegna o Squarcione l’insieme della composizione, dal disegno duro
ma senza rigidezza e dalle tonalità cromatiche spente, sprigiona un’atmosfera di
grave pietà, che non è senza parentela, come indica Panofsky, con le Pietà di
Giovanni Bellini. Le tavole laterali (Sant’Antonio e San Sebastiano), piú tarde,
sono stilisticamente piú morbide ma il loro realismo, e la carne paffuta dei
putti, contrastano con la spiritualità della tavola centrale. Contemporaneamente
a questi altari, D fece il Ritratto di Federico il Saggio (1496: Berlino-Dahlem).
Ogni elemento decorativo o descrittivo viene abbandonato a favore della
penetrazione psicologica; la forma spoglia diviene l’unico veicolo espressivo
della tensione interiore del personaggio. In confronto con quest’opera
magistrale, il ritratto di Oswolt Krel (1499: Monaco, ap) segna un certo
regresso: moltiplicazione degli elementi compositivi, apertura su una
prospettiva di paesaggio, valorizzazione un poco enfatica del personaggio e
costruzione tradizionale fondata sul contrasto complementare tra rosso e verde.
Nell’intervallo D aveva realizzato alcuni ritratti (Ritratto del padre, Caterina
Fürleger), dei quali conosciamo soltanto le repliche, nonché la Madonna Haller
(1497 ca.: Washington, ng), alla maniera delle Madonne di Giovanni Bellini.
Cinque anni dopo l’Autoritratto del Louvre di Parigi egli riprende lo studio del
proprio volto (Autoritratto, 1498: Madrid, Prado), e si può qui misurare, nel
portamento altero e un tantino orgoglioso, nell’eleganza agghindata delle vesti
e nella sapiente composizione della posa e della decorazione, tutto il cammino
percorso da colui che, a ventisette anni, comincia ad essere riconosciuto come
il massimo artista della sua generazione. Posteriore di due anni, l’Autoritratto
di Monaco (1500: ap) è assai piú conturbante, e il suo mistero non verrà
probabilmente mai svelato. D vi si rappresenta frontalmente come una sorta di
Cristo sorto dalle tenebre, monumentalmente spoglio, con le lunghe trecce
dorate, che provocavano i sarcasmi dei veneziani, ricadenti simmetricamente
sulle spalle. Identificazione del genio dell’artista col genio creatore divino,
professione di fede nel classicismo rinascimentale, o monumento idealizzato alla
propria stessa gloria? L’ultima opera di questa trionfale epoca giovanile è un
Compianto su Cristo morto (1500 ca.: Monaco, ap). Improntata ancora dalla
gravità austera di Wolgemut, questa composizione trascende quanto il suo schema
potrebbe serbare di arcaico o di angusto, spalancando, sopra l’anatomia di
Cristo e sull’impianto piramidale dei personaggi, il paesaggio ideale di una
cosmica Gerusalemme.
I capolavori e il secondo viaggio in Italia
Durante questi anni, e soprattutto a partire dal 1500, l’interesse di D per i
fondamenti razionali dell’arte va crescendo. Il primo viaggio in Italia gli
aveva fatto prendere coscienza dell’impossibilità di una creazione artistica
totale senza conoscenze teoriche: l’incontro con Jacopo de’ Barbari e la
scoperta, nel 1503, dei disegni di Leonardo gliene daranno la conferma. In
questo stato d’animo realizza, tra il 1502 e il 1504, il famoso Altare
Paumgartner (Monaco, ap). La tavola centrale reca una Natività concepita secondo
le norme gotiche tradizionali; ma, per la prima volta, D razionalizza la
costruzione della decorazione applicando con estremo rigore le leggi della
prospettiva. Nello stesso tempo le severe ante laterali, ritratti di Luca e
Stefano Paumgartner e di san Giorgio con sant’Eustachio, sono frutto di sapienti
studi proporzionali. Ancor piú notevole l’Adorazione dei magi, dipinta nel 1504
per Federico il Saggio (Firenze, Uffizi), nella quale lo studio della
prospettiva e delle proporzioni viene condotto con una precisione difficilmente
superabile, essendo la direzione del punto di fuga orientata diagonalmente,
secondo un movimento che sarà caratteristico dell’arte barocca. Per la
composizione sapiente dei contrasti e il dialogo naturale dei personaggi con
l’ambiente, D supera quella sorta di mistico calore che impregnava il Compianto
su Cristo morto o, ancor piú l’Altare Paumgartner, e giunge qui a una sintesi
limpida che ricorda irresistibilmente Leonardo.
Nell’autunno del 1505 riprende la via di Venezia per fuggire la peste che
infuria nella sua città natale, ma anche perché avverte la necessità di
sperimentare il colore confrontandosi con le ricerche dei pittori veneti. La sua
fama di disegnatore-incisore lo aveva preceduto, e venne ricevuto con onore
negli ambienti culturali e politici veneziani. I pittori, ad eccezione di
Giovanni Bellini, manifestarono invidia, anzi vera e propria ostilità. Irritato
nel vedersi criticato sul piano del colore da coloro che copiavano i suoi motivi
grafici, D lancia loro una sorta di sfida col primo incarico che ricevette al
suo arrivo: la Festa del Rosario per la chiesa della colonia tedesca (1506: oggi
a Praga). L’opera, costituendo il punto d’arrivo e la sintesi della sua
precedente evoluzione, è probabilmente l’espressione maggiore della sua
carriera. La composizione deriva ampiamente, ancora una volta, dalle «sacre
conversazioni» di Bellini ma D sostituisce all’aspetto solenne, angelico e
meditativo delle rappresentazioni tradizionali del tema un’atmosfera
effervescente, coordinata, come nelle composizioni di Stephan Lochner, intorno
alla piramide centrale – vergine, pontefice e imperatore – e poeticamente
equilibrata dall’etereo paesaggio sullo sfondo.
Piú ancora della struttura, è qui il colore che conferisce alla composizione il
suo ordine supremo. Trattato morbidamente, con modellati flessibili e
suggestioni luminose, esso realizza il contrasto e l’unità profonda della
luminosità del colore «veneziano» e del grandioso lirismo ereditato dai pittori
renani del XV sec., che domina il cerimoniale della scena. Accanto a questo
capolavoro, altri dipinti, di minor mole ma non di minor qualità, attirano
l’attenzione. Citiamo: la Vergine del canarino (1506: Berlino-Dahlem),
testimonianza dell’attenzione che D dedicava al problema del colore-luce, nonché
dell’ascendente che Giovanni Bellini esercitava su di lui; Gesú tra i dottori
(1506: Lugano, coll. Thyssen), contrasto espressivo tra la bellezza di Cristo
adolescente e l’aspetto decrepito, talvolta caricaturale dei dottori, la Giovane
veneziana (1505: Vienna, km), incompiuta, ma di una delicatezza e di un calore
di toni che ricordano Carpaccio, infine un ritratto in chiaroscuro su fondo
marino luminoso, la Donna al mare (1507 ca.: Berlino-Dahlem).
Sul piano teorico, questo secondo soggiorno a Venezia fu di fondamentale
importanza. Avendo scoperto la potenza autonoma del colore e la sua capacità
espressiva, D cercò di elaborare un colore assoluto, che doveva trascendere quel
che a lui sembrava troppo specifico nel «chiaroscuro» veneziano, e nel contempo
si sforzò di cercare con l’ausilio di Euclide, di Vitruvio e di numerosi studi
sul corpo umano, il segreto matematico dell’ideale formale classico. Punto
culminante di queste sue ricerche è l’Adamo ed Eva del Prado di Madrid (1507),
che può essere considerata, nella sua incomparabile armonia astratta, l’opera
che esprime la sintesi dureriana dell’ideale di bellezza.
Il mecenatismo di Massimiliano I; viaggio nei Paesi Bassi; testamento spirituale
Tornato a Norimberga, D esegue un altare su un tema assai popolare a quell’epoca
in Germania, il Martirio dei Diecimila (1508: Vienna, km), poi un’Adorazione
della Santa Trinità (1511: ivi). Tali opere hanno in comune una composizione
fondata sul moltiplicarsi dei personaggi e, in particolare nella Santa Trinità,
la composizione è basata sulla costruzione sferica – copernicana – dello spazio:
ciò conferisce a queste opere un carattere visionario che annuncia Altdorfer
Bruegel, Tintoretto e certi maestri barocchi. Esse tuttavia non segnano un
progresso degno di nota nell’evoluzione di D.
Infatti, fuori del clima veneziano, egli tende a ritornare al supporto grafico
delle opere precedenti, e i suoi colori perdono un poco del loro splendore e
della loro morbidezza.
D’altro lato, a partire dal 1510, D si dedicò soprattutto all’incisione, che
considerava un’«igiene» nei confronti della pittura. Compaiono allora la Grande
e la Piccola Passione, la Vita della Vergine, poi, nel 1513-14, i suoi
capolavori, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo e la Malinconia. Trovato sin dal
1512 un nuovo mecenate nella persona dell’imperatore Massimiliano I, sarà
incaricato dal Consiglio Ristretto di Norimberga di numerose missioni
diplomatiche. Cosí, assiste nel 1518 alla dieta di Augsburg e in questa
occasione esegue un certo numero di ritratti nella grande tradizione della città
(Massimiliano I, 1519: Vienna, km). Sant’Anna, la Vergine e il Bambino (1519:
New York, mma) è l’opera piú notevole di questa fase in cui l’artista dipinse
poco ma è interessantissima perché, con la sua composizione delicata con
tonalità bianche smorzate, impegna D su una strada manierista che si era già
manifestata a partire dallo «stile decorativo» (Panofsky) di San Filippo e di
San Giacomo (1516: Firenze, Uffizi). La morte di Massimiliano e la prospettiva
di difficoltà finanziarie lo condussero nel 1520 alla corte di Carlo V per far
rinnovare il suo vitalizio. Restò nei Paesi Bassi quasi un anno, incontrando
Carlo V, Margherita d’Austria, Cristiano II, ma soprattutto Erasmo, Quentin
Metsys, Patinir, Luca di Leida, B. van Orley, e studiandovi i maestri
fiamminghi, i Van Eyck a Gand, Van der Weyden e Van der Goes a Bruxelles, la
Madonna di Michelangelo a Bruges.
Tuttavia l’attività creativa rallenta. La morte di Massimiliano segnava la fine
del «grande periodo» di D, che l’esplodere della Riforma (1519 ca.) e poi la
guerra dei contadini nel 1525 turbarono definitivamente: «D è in cattiva forma»,
nota allora l’amico Pirkheimer. Aveva preso partito per Lutero e, quando gli
giunse la falsa notizia dell’assassinio del grande riformatore, ripose tutte le
sue speranze in Erasmo, le sue inquietudini si rispecchiano: nella sua Visione
di sogno (1525, acquerello: Vienna, km) in cui l’umanità è travolta dai flutti
di un secondo diluvio.
Da allora il suo lavoro risentirà profondamente di questo stato d’animo, D sarà
uno dei primi apostoli dell’arte commisurata alla teologia semplice ed austera
dei Riformati. «Quando ero giovane, – confida a Melantone, – incidevo opere
svariate e nuove; oggi [...] comincio a considerare la natura nella sua purezza
originaria e a comprendere che l’espressione suprema dell’arte è la semplicità».
In questa prospettiva, la sua ultima opera monumentale, i Quattro Apostoli
(Monaco, ap), assume un valore di testamento spirituale. Insieme, i quattro
personaggi incarnano l’uomo le sue età e i suoi umori: nell’anta sinistra
Giovanni, giovane e sanguigno, è accompagnato da Pietro, flemmatico e con la
schiena curvata dagli anni; a destra, l’impulsivo Marco con Paolo, grave e
irremovibile.
Il colore, con modulazioni plastiche, completa il messaggio esoterico dell’opera
mediante un contrasto tra gli accordi complementari caldi, rosso-verde, azzurro
e oro, e le tonalità fredde, bianco e grigio-azzurro. Queste figure apparizioni
fuori del tempo, sono, per l’intensità della loro presenza spirituale, le
incarnazioni, i sostegni e i garanti di una fede e di una morale nuove, di
quell’ideale universale e profondamente naturale che fu l’ideale del maestro di
Norimberga.
D è autore di un certo numero di trattati teorici ideati a partire dal 1512-13 e
messi a punto negli ultimi anni della sua vita: Istruzione per misurare con riga
e compasso, comparsa nel 1525, Trattato delle fortificazioni (1527) e i Quattro
Libri delle proporzioni del corpo umano pubblicati sei mesi dopo la sua morte.
Tali opere, che Panofsky paragona, per importanza, alla Bibbia di Lutero
dovevano far parte di un’enciclopedia teorica dell’arte che avrebbe avuto il
titolo di Alimento degli apprendisti pittori e il cui scopo era di conferire un
ordine, fondato sull’ordine universale della natura, alla pratica, alla
conoscenza e al significato dell’arte.